Archivi del mese: gennaio 2007

Ho i pensieri congelati dalla
PAURA

tu mi dici lasciami andare
io ti dico lasciami andare
e siamo sempre allo stesso punto
ognuno caccia l’altro poi lo cerca
e dice vattene…

Sono esausta
sono terrorizzata
basta dolore
ma ogni strada mi porta lì


IL TUNNEL – La fine e l’inizio

Non so se quel barlume di luce che ho visto in lontananza sia l’uscita o semplicemente qualche altra sfera che viaggiava nell’oscurità.
In lontananza sento delle voci, si sono voci, ci sono persone che mi stanno aspettando. Sorrido, la fine del tunnel è vicina, non ci posso credere, è stato molto meno lungo di quello che credevo.
Mi fermo, non per paura di uscire, ma solo perchè devo capire come ne uscirò.
E gioisco. Pulita, senza emozioni negative, nessun rancore, chiudo gli occhi e penso a Lui.

 

Ti ho aspettato tanto, non posso più, non ha più senso in questa vita, abbiamo fallito entrambi e non è colpa di nessuno dei due se siamo stati incapaci di migliorarci, di cambiare, di comprenderci. Ti auguro solo bene, solo la forza di superare le tue prove, ti auguro di innamorarti profondamente ed essere profondamente riamato, perchè è l’unico modo perchè tu possa capire comè ingiusto per te e gli altri la tua chiusura alla vita e all’amore.
Avrei voluto essere io la donna in cui tu ti saresti perduto, come io mi ero persa in te. Ma abbiamo fatto scelte diverse.
Col tempo, forse, riuscirò a starti accanto come persona, in attesa di un’altro tempo, un’altra epoca, un’altra opportunità, ognuno dei due vivrà la sua vita”

 

I pensieri si bloccano di colpo, congelati da un attacco di paura.
Cè qualcuno nel tunnel, una presenza umana, comè possibile? Nessuna energia umana può entrare qui, nessuna, non è possibile!
Nessuna…… nessuna tranne chi ha fatto si che io entrassi qui, nessuno tranne chi avendolo costruito, impastato i mattoni di cui è fatto, sa come e dove entrare, dove ci sono porte nascoste, via di fuga celate, nessuno tranne Lui.

 

E ti sento, mi giri intorno impalpabile ma presente come non mai.

 

Cosa ci fai qui? Cosa sei venuto a fare qui? Ti avevo supplicato di non venire a riprendermi. Ti avevo chiesto torna solo se cambi idea, solo se sei disposto a rischiare di vivere la vita insieme a me.

Non rispondi, non dici nulla, mi giri attorno, mi sfiori, sento le tue labbra sulla spalla, sulla pelle, sul collo, le tue mani mi sfiorano.

Ti prego vattene, non farmi del male ancora, lo sai che ti amo, che mi basta un tuo sguardo, un tuo semplice tocco, perchè io mi abbandoni ancora a te, ti prego….

Non rispondi e non ti fermi, io lotto con me stessa e con te allo stesso tempo, una guerra persa in partenza, non riesco a combattere su due fronti contemporaneamente.
Mi prendi, mi stringi e mi sento sollevare in alto, sempre di più, non tocchiamo più la terra, insieme abbracciati, risaliamo fuori dal tunnel verso un cielo grigio e plumbeo.
Ho paura

Quando riesco a riaprire gli occhi, vedo sotto di noi, una terra strana, desolata e al contempo nel suo profondo ricca.

tundra
Tu mi guardi e sorridi, mi stringi, mi sfiori, scivoli in me, mi confondo in te, ti confondi in me, sospesi nel vuoto.
Vorrei dirti di no, ma rispondo si, come sempre.

Forse, ha capito, forse ha ricordato, forse sta rischiando, forse….

Pensieri che si perdono, appena tu mi richiami a te, ancora, avvolgendomi, abbracciandomi, coccolandomi come mai non hai fatto.
Dentro di me sono terrorizzata e se mi illudessi ancora?
Ma potrebbe ferirmi ancora così tanto sapendo di farlo?
Non riesco a credere che tu possa essere così, e mi abbandono a te, apro ogni porta, ogni parte di me, anche se il battito del cuore continua a rimanere accelerato come quello di una preda in trappola.

Quanto tempo è passato, qui non esiste il tempo vero, ma fuori, al di fuori di questo luogo quanto tempo è passato? Due giorni?
Siamo sospesi in questo cielo, la terra sotto di noi è lontana. Ti guardo e con la paura nel cuore ti domando se sei tornato perchè qualcosa è cambiato.
E rispondi non rispondendo, ed io insisto, e tu continui a dire non dicendo, fintanto che io capisco cosa vuol dire quel tuo non dire.
Mi rannicchio in una posizione fetale, mio Dio ti prego, questa lama affonda e brucia trapassandomi ogni cosa.

Mi abbracci mentre rimango rannicchiata e ti chiedo
“Perchè?”
Mi stringi
“Perchè sapendo che ti facevo del male?”
Voglio sapere, voglio almeno capire
“Si”

Che suono ha il silenzio? Come può essere così assordante il silenzio?
La tua risposta è stata il silenzio più profondo e assordante che io ricordi.

Il peso del tuo silenzio si adagia su me, mi schiaccia, cado verso il terreno, non riesco neppure a reagire, che senso ha reagire, contro cosa o chi?
Precipito, mi contraggo e rannicchio solo di più.
L’impatto al suolo è devastante, non cè una parte di me che non si spezzi, non riesco a muovermi, sento dolore ovunque, lo so non mi perdonerò mai di averti permesso di ferirmi ancora.
Non odio te, odio me.

Sei ancora accanto a me, mi accarezzi, usi un tono di voce caldo e dolce, vuoi che io rimanga nella tua vita, mi dici che io e te abbiamo un legame che supera le barriere del tempo e delle cose, che non comprendi perchè non ti voglio più vedere, questo legame esiste e ci sarà sempre. Di non rifiutarlo.

Quanto dolore sento, aiuto, qualcuno mi aiuti, mi vuoi nel tuo letto, nella tua vita ma non nel tuo cuore. E con il dolore sale ancora, possente, rinvigorito, quell’emozione, il rancore.

Come hai potuto? Come puoi? Di cosa sei fatto? Ma hai emozioni che non riguardino la tua persona? A che mondo appartieni? Ti sei mai reso conto che non esiste solo il tuo dolore? Hai mai capito che il fatto che qualcuno ti ha ferito non ti autorizza a farlo agli altri? O sei convinto che il tuo dolore sia diverso da quello degli altri? Che a te spetta il diritto di ferire gli altri perchè qualcuno a ferito te?
Hai mai compreso che la somma di due errori non ha mai fatto una cosa giusta?

Ti ringrazio Dio di non darmi forza ora, perchè se lo facessi, io lo distruggerei, lo annienterei, lo annullerei, lo farei sentire come Lui ha fatto sentire le persone, me compresa.
Ti ringrazio Dio di avermi aiutato in questa vita a non diventare come Lui.

Sono a terra impossibilitata a muovermi, non ho un osso che non sia spezzato, eppure sto andando via.
Te ne accorgi, mi stringi a te, mi accarezzi, mi vuoi, cerchi di portarmi a te con l’unica cosa in cui pensi di essere maestro, senza aver mai compreso che tra noi è sempre stato senza fine e stanchezza perchè eravamo due maestri e due allievi, ognuno insegnava all’altro la sua materia e apprendeva dall’altro.
Non hai mai compreso quali energie si focalizzavano, confluivano, pensando che era la parte materiale quello che lo faceva divenire speciale.

E accade, non pensavo, eppure accade, ti bastava uno sguardo, un tuo sfiorarmi leggermente, un tocco seppur involontario, e ora invece, mentre ti guardo negli occhi per la prima volta lo dico, stupendo le mie stesse orecchie

non ho voglia di far l’amore

non mi credi, non è mai accaduto, e insisti ed io continuo a dirtelo, perchè è la verita. La mia anima si è staccata dal corpo, non sento nulla, ne piacere ne fastidio, nulla.
Non mi credi, cerchi di spostarmi dalla mia posizione fetale, ti lascio fare, tanto non ti sento, ti guardo, continui mentre rimango immobile. Mi domando chi sei, come fai a non accorgerti, pensi che stia combattendo per non darmi e non comprendi che mi sto forzando per non andarmene.

non ho voglia di far l’amore

mi giro, ritorno nella mia posizione fetale, e chiudo gli occhi.
Insisti ancora e io mi domando se mi hai fatto il più piccolo sforzo che capire chi ero, che volevo, che cercavo, come vivevo, come amavo, ciò che mi rendeva felice o ciò che mi procurava dolore. Ti sei mai chiesto quanto ho pianto per te?
Infine desisti, ti accoccoli a me, e ti addormenti.

Rimango lì ferma, gli occhi chiusi e la mente sveglia, questo precipitare mi ha totalmente… mi ha totalmente… mi ha totalmente… non lo so, non lo so, non so più nulla ora.
Non voglio provare rancore, questa emozione mi consuma e mi fa star male.
Io lo so, dentro te, nascosto da qualche parte cè l’uomo che ho visto e di cui mi sono innamorata. Imprigionato in una gabbia, di paure e egoismo.
L’uomo che mi diceva “Sei troppo in alto per me” e io piangendo gridavo “Guardami, non sono più in alto di te, sono al tuo fianco, guardami”. Lo stesso che esausto con gli chiusi diceva “Sono stanco di proteggerti da me, io ti porto nella merda” e che non hai mai capito che per me non esisteva merda dove c’era Lui.

Sono stanca, riapro gli occhi, mi alzo, cerco di far piano per non svegliarti, ma tu ti accorgi e mi prendi la mano, provi ancora a condurmi a te.
Ti guardo, sorrido con pò di amarezza, ti bacio in fronte, ti amo ma non ho più voglia di far l’amore con te, non ho più la capacità di aspettare quell’uomo che anche tu non vedi a volte, quell’anima che conosco da molto e in questo tempo non riesce a fuggire dalla gabbia in cui è rinchiuso.

Se tu ti amassi la metà di quanto ti amo io…..

Mi dai un bacio leggero e mi dici ciao, ricambio il tuo bacio ma rimango in silenzio, perchè io non ti sto dicendo ciao. Anche se ti vedrò ancora, anche se saremo vicini a volte, il mio è un’addio, non a te ma al carceriere che in questa epoca non riesci a combattere.

Devo andare amore mio, chi ti tiene prigioniero sta cercando di uccidermi e non posso difendermi senza ferire te.
Devo andare amore mio, ma è solo per poco, sappiamo entrambi che il tempo tra noi è solo una concezione senza senso, devo lasciarti per darti la possibilità di vincere i tuoi demoni.
Devo andare amore mio, ma ti aspetterò in un’altro tempo e in un’altro luogo

Camminare lontano da te mi costa fatica, le fratture mi fanno procedere lentamente e ad ogni passo sento dolore, ma non posso fermarmi, devo allontanarmi, non so per quanto tempo sarò così forte da poter rinunciare a te.

Guardo il cielo, è cambiato.
tundra l'inizio
non posso più rientrare nel tunnel, mi ritrovo su questa terra senza più punti di riferimento, senza più sapere dove andare. Esserne uscita non mi fa provare meno dolore, ne fa sentire meno il vuoto che ho, è comunque un nuovo inizio, zoppicando cammino avanti, prima o poi saprò dove sto andando, prima o poi ci ritroveremo.


IL TUNNEL – Bolle di sapone

Cè silenzio intorno a me, mi fanno male tutti i muscoli, come se qualcuno mi avesse selvaggiamente picchiato. Con gli occhi chiusi cerco di capire dove sono. E poi ricordo.

Erano in due, un uomo e una donna. Lui mi massacrava, ma la peggiore era Lei.
Quella donna ero io, mi tenevo bloccata, ferma senza possibilità di fuga. Si mai che potessi fuggire e salvarmi da questa storia.
Un leggero e tirato sorriso ironico si forma sulle mie labbra, certo che una dose di masochismo emotivo non me la sono mai fatta mancare.
E rido di questa situazione assurda, mentre mi alzo lentamente e apro gli occhi.

Le ferite sulla pelle sono chiuse, però il mio corpo ora è ricoperto di piccole cicatrici.
Mi osservo meglio, non ho più la pelle liscia e vellutata, sfiorarmi non sarà più un piacere.
Sicuramente non attirerò più persone che si soffermeranno sull’aspetto più superficiale di me, ma questo non è un male.

La mia attenzione viene spostata dal mio corpo a ciò che galleggia tutto intorno a me.
Le vedo, e come una bambina muto in mio volto in un’espressione di stupore.
Sono bellissime, sono così impalpabilmente eteree e multicolori e nel contempo così trasparenti.
Bolle di sapone.

Mi circondano e mi danzano intorno, alcune più chiare altre più scure.
All’interno si vede qualcosa, aguzzo la vista, si cè qualcosa.
In ognuna di loro cè un’immagine, un’istantanea, una foto, un ricordo cristallizzato.

Sono migliaia, appena ne tocco una o una di loro mi sfiora, scoppia facendo cadere il contenuto che si frantuma a terra.
Macerie sopra le quali non puoi far altro che risalire.
Una bolla dopo l’altra si infrangono facendo cadere a terra il loro contenuto:

Dormi, sono li vicino a te per darti un bacio, come sempre prima di andarmene la mattina quando mi fermo da te, tu sorridi e continuando a riposare mi parli in una lingua sconosciuta, il tuo volto è bellissimo ed io mi incanto mentre non comprendo assolutamente le parole che dici, ma l’espressione, l’emozione si. Sorridi e sei bellissimo.

Mi hai chiamato nella notte, ho il cuore che mi scoppia dalla felicità. Trovo la porta di casa aperta, salgo, sto per aprire la porta della tua camera… Ommidio ti prego, fa che non sia… ti prego.. ti prego. Non riesco più a pensare a muovere un solo muscolo, l’adrenalina mi ha invaso tutte le membra, come hai potuto come hai potuto… ma la porta la apro e con quel gesto mi distruggo dentro.

Ti stai facendo la barba, dopo una notte e una mattina in cui si siamo persi uno tra le braccia dell’altro, mi guardi e mi dici che dobbiamo fare qualcosa, non possiamo andare avanti così, non è normale dopo anni ancora così, e un un pò serio e un pò sorridente mi dici “Devo andate da un medico, ma che gli dico? Dottore mi dia qualcosa per calmarmi!?”. Io rido e ti rispondo di provare con il bromuro.

Cè tanta gente, la festa è in pieno svolgimento, mi avvicino, ti accarezzo la nuca, tu ti volti e mi guardi. Le tue labbra accennano un sorriso, ma i tuoi occhi fanno paura, alieni e vuoti. Ti allontani subito, e come sempre quando hai quello sguardo mi sento sbagliata, mi sembra che quello che provo per te tu lo consideri immondizia, che io sia poco più di nulla, che tutta quella che sono si riassuma in una sola parola, sbagliata.
Quando hai quello sguardo tu non mi consideri, anzi mi consideri come non vorrei e ti dò fastidio, ti dà fastidio quello che provo per te e vorresti essere lontano miglia da me.

Hai la capacità di farmi sentire la persona più sbagliata e incapace sulla faccia di questa terra.

Stiamo facendo l’amore, tu mi chiami e mi fermi “Dea”, ti guardo sei serissimo, “Dea, è come se tu mi leggessi dentro, quello che penso tu lo fai, come se sentissi quello che desidero”.
Sono seria anche io nel risponderti “Ma io ti sento, chiudo gli occhi e so…”.

E’ la verità quello che ti dico, tu a volte lo credi vero a volte pensi che sono un pò fuori di testa.
Io ti sento, anche se a volti lo odi, con te e stato così fin dall’inizio.

Sono migliaia, hanno riempito tutto il tunnel, ne sono terrorizzata, perchè ogni bolla di sapone, sia esso un ricordo bello o il suo esatto contrario, mi trascina in un vortice senza fondo. Dove gioia, dolore, piacere, sofferenza, si mischiano e si confodono senza darmi tregua.

E vedo anche quando sono stata io a fare la bastarda, quando per riuscire a strapparti un’emozione, una qualsiasi cosa ti scuotesse dentro e ti facesse capire che c’ero anche io, facevo apposta a comportarmi in un certo modo, un modo che ti desse quantomeno fastidio. Per poi, stupidamente rendendomi ancor più debole ai tuoi occhil, venire a dirtelo che l’avevo fatto con intenzione di ferirti perchè tu avevi ferito me.

Mi domando se ne uscirò viva da questo posto, e se ne uscirò, come ne uscirò.
Nella vita, per motivi diversi, i tunnel da attraversare sono molti, e non è la prima volta che ne attraverso uno.
Questa volta è diverso. Le altre volte, li ho attraversati di corsa, non vedendo che accadeva, senza sentire o soffermarmi su nulla, solo un pensiero nella mente “uscire!”.
Prendevo la rincorsa e mi ritrovavo dall’altra parte senza aver neppure respirato, percorrendolo con gli occhi chiusi, senza rendermi conto di ciò che avevo fatto.
Questa voltà no, questa volta l’ho attraversato consapevolmente, indugiando su ogni cosa e ogni avvenimento. Questa volta a volte non vorrei quasi uscirne.
Temo qualcosa questa volta.
Temo l’uscita perchè non so bene di preciso cosa o chi ne uscirà.

Continuo a camminare, mentre le bolle di sapone continuano a circondarmi, scompaiono al minimo contatto lasciando cadere sulla nuda terra ricordi spezzati e acuminati.
Continuo a camminare, non so per quanto, ore o giorni, il tempo qui non ha più una definizione o una misura… come quando ero con te.
Continuo a camminare, mi sembra di vedere una luce lontana e poco dopo il buio mi sembra più fitto di prima.
E se quella luce lontana fosse l’uscita del tunnel?

(segue)

Gli occhi di mia madre

Una piccola pausa, esco un solo un momento dal tunnel, ma ho avuto la dispensa per farlo, poi ci torno subito.

Quattro mesi fa

Mia madre è morta il 10 settembre scorso, in coma, investita il giorno prima sulle strisce pedonali davanti a casa nostra.
Investita semplicemente con un “non l’ho vista”, investita per distrazione.
Non porto nessun rancore, odio o altro sentimento negativo nei confronti della ragazza che l’ha investita.
Non posso provare emozioni negative davanti al dolore sconfinato della ragazza, del suo profondo pentimento, del vorrei io essere al posto suo, del suo chiedermi scusa tra le lacrime.
Le dissi e ne sono convinta ancora “Non aggiungere dolore al dolore, ma fa si che questa esperienza ti aiuti ad aiutare gli altri”.
Non vi dico cosa si prova al momento, ma soprattutto dopo. Credo proprio non cè ne sia bisogno.

Oggi
Nella cassetta delle lettere ne trovo una dell’azienda ospedaliera San Gerardo di Monza. Guardo seria questa busta, non capendo e appena salita in casa la apro.
Poche righe e sono scoppiata a piangere, con la mia cagnolina (non sopporta che io pianga) che impazzita cercava di darmi i bacini e leccarmi le lacrime.
L’ho abbracciata e insieme siamo state così a lungo.
Questo pianto è nato da quello che cè scritto sulla lettera:

Vi ringraziamo di cuore per aver concesso il consenso al prelievo delle cornee del Vostro congiunto, XXXX XXXX, e per aver dato in questo modo la possibilità, a due persone in lista di attesa, di ritornare a vedere.

Insieme a mia figlia decidemmo allora, solo guardandoci negli occhi, di dare il consenso all’espianto di tutti gli organi che avrebbero potuto essere espiantati per donarli.

Ho pianto di dolore perchè la perdita di Lei è ancora così vicina, ho pianto perchè in questo periodo sono ancora più fragilmente emotiva, ma credetemi è stato anche un pianto di gioia.
Gioia di sapere che lì fuori, da qualche parte, due persone hanno potuto vedere attraverso gli occhi di mia madre, il colore del cielo, di una mela o il viso delle persone che amano.

Ritorno nel mio tunnel, ora anche i miei occhi vedono meglio.


IL TUNNEL – Le due sfere

Penso di aver fatto i primi passi verso l’ingresso senza neppure rendermene conto, la stessa sera. Mi sono addormentata sul divano, sono passata attraverso un sogno e sono entrata.
Il mio inconscio, il mio istinto, sa molto meglio della mia parte lucida e mentale cosa è meglio per me.

Sono entrata in questo tunnel, all’ingresso ho dovuto lasciare tutto, abiti, scarpe, preconcetti, emozioni stantie, maschere, pensieri, occhiali.
Non è permesso portare nulla, perchè qui dentro tutto va rivisto attraverso altri occhi che non hanno bisogno di luce, poichè la luce crea ombre e le ombre non permettono di vedere cosa si cela al loro interno.

Appare tutto buio, ma so che non lo è, devo solo chiudere gli occhi fisici per poter aprire l’altro occhio, solo qualche minuto per abituarmi, per far si che il mio cuore smetta di battere così forte e per far sciogliere questa paura che un pò mi accompagna.
L’aria non ha odore, ma è pesante come se le leggi fisiche qui fossero diverse, e l’aria gravasse su questo corpo rallentandone il cammino.

Il nero è denso, palpabile, ma non è nemico.
Il respiro è diventato lento, calmo, ho un pò di apprensione ma la paura è sparita.
Sarò quel che sarà, sempre meglio di come ho vissuto fino a oggi.

E poi le vedo, arrivano da lontano, due piccoli punti luminosi, che si ingrandiscono man mano che si avvicinano.
Sono due sfere di vetro luminose, mi si affiancano, una a destra è una a sinistra.
Due ricordi, il primo e l’ultimo di Lui.
Allungo la mano, che si ferma a mezz’aria, perchè mi rendo conto che appena ne sfiorerò una, scoppierà investendomi.
Da quale comincio, da quale? La prima o l’ultima? Dall’inizio o dalla fine?

Poi decisa la mano prosegue, l’ultimo ricordo viene accarezzato dalle mie dita.
La sfera si illumina di più, si sposta dal mio fianco, risale sopra di me a circa dieci centimentri dalla mia testa, un bagliore e scoppia, pare polvere.
Migliaia di piccoli frammenti, scendono su di me come una pioggia leggera, scalfiscono appena la pelle, quel tanto però da graffiarla.
Il nero scompare è vedo me, Lui, l’ultimo ricordo come se guardassi un film.

Dea che arriva da Roma nella notte e non ha più treni per tornare a casa se non la mattina dopo.
Lui che disponibile a chiusura locale l’accompagnerà.
Dea che arriva al locale, Lui, tranquillo, quasi allegro, tutto preso dalle “sue” cose. Si avvicina per baciarla, Dea gli porge le guance quasi con riluttanza, ha paura di sentire emozioni che la feriscano.
Lui normale, chiede, sorride, “Allora divertita?”
Dea lo guarda e già la seconda volta che gli fa questa domanda, e pensa “Che cazzo di domanda mi fai? Cosa vuoi che ti risponda? Che ho pianto per te? Che a mezzanotte ti pensavo e sono entrata cosi nel nuovo anno? Che ogni cosa in quella casa mi ricordava te e poche settimane fa, che i nostri amici contenti che fossi lì mi hanno detto questa è e sarà sempre la camera di Lui e Dea, e che poi si sarebbero mangiati la lingua, e hanno corretto di Dea?”
Dea sorride, e gli risponde “Si, mi sono divertita”.

Il ritorno a casa, Lui sereno, ciarliero e Dea silenziosa.
L’arrivo, Dea scende e Lui non parte, Dea lo interroga con gli occhi e capisce sta aspettando che entri, Dea stupita in oltre tre anni è la prima volta che Lui aspetta che lei sia al “sicuro”.
Dea chiude dietro se la porta di casa.

Il film sfuma su questa scena, il ricordo frantumanto si ricompone davanti a me. E’ diverso ora.
Prima era finzione, attori, maschere, giochi di specchi, insomma un film, depurato da queste cose è diventato essenza della memoria.

E parte la domanda che svela il trucco, la mistificazione.

Come può essere?
Come può essere, l’ho lasciato io, anche se è l’ultima cosa che avrei voluto fare, l’ho lasciato io, e sono qui che cammino in questo tunnel, l’ho lasciato io e mi contorco dal dolore.

Come può essere?
Come può essere che Lui sia così sereno, traquillo, rilassato, così ben centrato, così indifferente alle emozioni, sembra che nulla sia accaduto nella sua vita, anzi che ora sia più leggero di prima.

Codardo
Hai giocato con me come il gatto con il topo. Mi hai manipolato nella sofferenza per portarmi a fare ciò che non trovavi tu il coraggio di fare.
Codardo
E la storia si ripete, sono passati i secoli, è cambiata la trama e i personaggi interpretati, ma è solo la ripetizione di ciò che è già avvenuto.
Codardo
E comprendo ora quando tu pretendevi da me una forza, un rigore che tu non hai avuto, che non hai.
Codardo
Con questo aggettivo esplode in me anche la stessa emozione di allora, lo stesso sentimento che ci lega da tempi immemori, il rancore.
E mi rendo conto che questa emozione esplosa non è altro che il mio fallimento, neppure questa volta sono stata capace di vincerla, di superarla. Ho fallito ancora.
Ma sbagliando io, fallendo io, non ti rendi conto che è il fallimento di entrambi.
Codardo
Non hai avuto pietà, sono fuggita tante volte da te per non arrivare a questo punto, e tu immancabilmente, spietatamente tornavi a prendermi, per vedere quanto potere ancora avevi su di me, per vedere se ancora ti avrei detto di si, per rassicurare la tua insicurezza, per sentirti forte.
Hai fatto si che ti lasciassi io, perchè tu il coraggio, la responsabilità di farlo non hai voluto assumertela.

E crollo al suolo, sotto il peso del rancore, non ho lacrime che mi salgono, solo un urlo che si incastra nella gola, muore soffocato prima di uscire.
Respiro affannosamente, la pelle si gela e diventa matida di sudore.

E comprendo.

Codarda
Il rancore mi schiaccia al suolo. Predico amore, ma conservo il rancore come una serpe nel mio seno.
Codarda
Sono andata via altre volte, con la possibilità di non arrivare qui, ma sono state incapace di dirti no quando venivi a riprendermi.
Codarda
Non ti ho mai ferito, ma per farlo non ho avuto scrupolo a ferire altri al tuo posto.
Codarda
Sono stata incapace per l’ennesima volta di sconfiggere il rancore che ci lega.
Codarda
So che anche lui si porta un dolore dentro, ma non voglio sentirlo.
Codarda
Mi appoggio alla parete, non cè la farò mai ad andare avanti, non cè la faro mai a superare questo tunnel, non ho la forza, tanto vale fermarsi qui non andare oltre, lasciarsi andare.

Poi la sento, la stessa presenza che mi accarezzava la guancia qualche mese fa si siede accanto a me, mi appoggio come se ci fosse la sua spalla, e come allora comincio a piangere.
Ma è un pianto diverso, liberatorio, con le lacrime comincia ad uscire anche un pò di questo sentimento, di questo rancore che mi schiaccia a terra.
Forse non riuscirò a liberarmene totalmente subito, ma questo è già un piccolo inizio.
Sospiro la presenza è scomparsa, mi rialzo e l’altra sfera mi illumina il viso.
sfere
Il primo ricordo di questa vita, il vetro è più spesso dell’altra sfera. Dovrei toccarla, la guardo, pare vibrare di più, come per chiamarmi.
Allungo la mano, ancora le dita che sfiorano, ancora risale a dieci centimetri dal mio capo, e scoppia in centinai di pezzi di vetro, molto più grandi dell’ultimo ricordo, cadendo alcuni si conficcano nella pelle, mi aprono piccole ferite dalle quali esce un rigagnolo di sangue, ma strano, non fa male, non sento dolore.

Il nero viene dissolto dalle immagini. L’inizio di un’altro film.

Dea con un vestitino bianco, entra nel bar, ordina e poi “sente” qualcosa, si guarda in giro ma non cè nessuno nel locale. Prende il bicchiere, esce dalla porta e poco distante dall’ingresso, fuori dal locale cè Lui. Parla con un’amica di Dea.
Lui e Dea si guardano, è un attimo.
Qualche ora dopo Dea e Lui sono seduti sulla sponda del lago, e Lui parla parla parla…. non parlerà mai più cosi tanto.
Dea ascolta silenziosa, ha un istinto alla fuga ma non riesce a staccare la sua mente, il suo cuore da quello che Lui sta dicendo. Ha l’anima rapita. Tutto quello che avrebbe voluto sentirsi dire da un uomo, Lui lo sta dicendo.
Un pensiero la percorre: “Diffida, diffida da un uomo che ti dice quello che nessuno ti ha mai detto e tu avresti voluto sentirti dire. Diffida, diffida perchè un uomo così non esiste, è solo un mentitore che vuole scoparti”.
Dea non si ricorderà mai più cosa disse Lui quella sera, solo la parola “fidati“, il resto tutto nebbia, parole che si sono sciolte nello stesso momento in cui sono state pronunciate e solo la sensazione di essere avvolta da ciò che ha sempre desiderato.
Lui la prende per mano, è notte profonda la città vuota, nella piazza solo loro due, si fermano davanti a una fontana, ridono quando si bagnano per bere.
Sono quasi le sei del mattino, quando Lui le prende ancora la mano e cammina con lei nella stradina, la sta accompagnando all’auto, ma si ferma, la guarda e la spinge verso il muro baciandola.
Dea si perde e vorrebbe fuggire lontano da lì.
Lui le chiede: “Come faccio a ritrovarti? Dammi il tuo numero di telefono”
Dea nicchia, risponde con un ci si vede generico, solitamente vengo al bar dove eri stasera, ci si trova, Dea non vuole e vuole rivederlo.
Lui insiste, alla fine il numero finisce nel suo cellulare, fin dall’inizio alla fine si arriva sempre dove Lui vuole arrivare
.”

 

Una statua di sale, sono una statua di sale che gronda sangue.
Immobile, non riesco a muovere un passo. Mi guardo le mani. le braccia, le gambe, come se fossero lacrime di sangue, le ferite lasciate dalle schegge continuano a gemere il loro liquido. A fatica comincio a toglierle, una a una.
Prima non sentivo dolore, ora appena ne sfioro una sento quanto in profondità si è conficcata.

Mea culpa, per averti amato.
Mea culpa, per averti creduto.
Mea culpa, per non essere stata capace di difendermi da te.
Mea culpa, per vedere quello che potevi essere e non quello che sei.
Mea culpa, per averti sempre giustificato.
Mea culpa, perchè ti ho amato senza pretendere.
Mea culpa, perchè ciò che doni senza prezzo diviene di poco valore.
Mea culpa, perchè sono fatta come sono fatta.

Una piccola scheggia, non esce, ma anzi appena la tocco si conficca più a fondo. Provo piano ancora a prenderla e inesorabile, sotto i miei occhi la vedo scivolare nell’arteria, scompare dalla superficie della mia pelle.
E la sento scivolare nel mio corpo.
Non posso farci nulla, imprendibile, scorre sempre più velocemente, prende sempre più forza, finchè si conficca dove non avrei mai voluto.
Il cuore si ferma per un attimo, in uno spasmo bloccato, piccola punta di vetro, su cui compare la parola fidati.

Tremo, perchè so che quella piccola punta di vetro non riuscirò più a toglierla da quel luogo.
Ho i brividi di freddo, la febbre mi sale. Come vorrei che qualcuno mi avvolgesse con le sue braccia ora, che qualcuno mi scaldasse.
Sono stanca, molto stanca di essere quella che sono. Vorrei non essere.

Non riesco più a rimanere in piedi, mi rannicchio seduta a terra.
Con gli occhi chiusi continuo a domandarmi quello che ti ho domandato non so quante volte “Perchè ogni volta che fuggivo via da te, ogni volta che ti lasciavo, perchè venire a riprendermi, perchè?”.
La tua ultima risposta è stata “ho sbagliato”.
Che risposta è ho sbagliato? Non è capitato una sola volta, ne due, ne tre, ne quattro, che risposta è? E tu con gli occhi duri “ho sbagliato tutte le volte”.

Sarà forse colpa della febbre che sta aumentando, sarà colpa del delirio conseguente o della spossatezza che mi sta sommergendo e trascinando in un luogo di riposo, ma non riesco a spiegarmi come mai se hai sbagliato tu sto pagando il prezzo io.

(segue)

Il tunnel

Mi avete coccolato, sostenuto, avvolto, voi amici della vita virtuale e della vita reale.
Non ho chiesto nulla a nessuno, ma non ho neppure avuto il tempo di farlo se avessi voluto farlo, perchè mi avete dato senza che chiedessi.
Mi avete regalato la vostra energia, bella, pulita, luminosa, mi avete ricoperto con essa.

Quando vi penso è l’unico momento in cui sorrido anche con il cuore, non solo con le labbra.
Siete la prova vivente che quello che doni dal cuore, ti ritorna nel cuore.
Non mi aspettavo davvero che tante persone mi fossero vicine e mi accompagnassero fino all’ingresso del tunnel (dove anche volendo voi non potete entrare), quello che tocca affrontare ad ognuno di noi, da solo, quando è il suo momento.

E’ il tunnel del dolore, bisogna attraversarlo per superarlo, altrimenti si rimane lì davanti, bloccati a vita.
Ci condiziona nei comportamenti e nelle emozioni, ci fa vivere la vita da zombi emotivi, apparentementi vivi ma morti dentro.

Gli zombi sono i mostri dei film horror che mi hanno spaventato da sempre.
Non possono essere fermati, se non con la morte fisica, non ti comprendono, non ti sentono, non ti vedono.
Non sentono il dolore e la sofferenza, ma neppure la pietà, l’amore, la gioia.
Non sentono assolutamente nulla.
Non hanno ricordi, emozioni o sentimenti che li facciano vibrare. 
Non ricordano chi li ha amati e non vedono chi li ama, non sentono le bruciature sulla pelle, ma neppure il leggero soffio di un tiepido vento primaverile.
Occhi vitrei (anima vitrea) che vedono in te solo la sopravvivenza, fagocitandoti, alimentandosi di te, senza scrupolo, senza remore.

Sapevo che dopo questi giorni di festa, dopo questi giorni di sballo intenso e ricercato per non pensare e “sentirmi” il minimo indispensabile, mi sarei trovata davanti al tunnel del dolore.
Dopo i giorni di festa si riprende la vita “normale”, quella di tutti i giorni, quella del tram tram, dove ti rendi conto di quanto spazio e tempo gli avevi donato, di quanto ogni cosa ti ricordi Lui e come ogni cosa sia Lui.

Ora ci sono davanti, chiaramente ho paura ad entrarci, ma so che devo incamminarmi dentro quel nero denso, se voglio vivere.
Scansarlo, evitarlo, vorrebbe dire trasformarsi in uno zombi emotivo, non voglio diventarlo, anche se, credetemi, ci sono momenti in cui non sentire “male dentro” è molto allettante, sembra quasi un nido accogliente.

Ieri mattina, ho provato ad infilare una mano nel tunnel, per vedere come era, per saggiare quello che mi aspettava. Ho pianto ininterrotamente per tutta la mattina.

Mi prendo un attimo ancora, il tempo di prendere ancora un pò di fiato (e coraggio), di recidere alcune corde che mi legano all’ingresso e che non dipendono solo da me, e poi entro dentro.